Il canottaggio a Piediluco

UNO SPORT IMMERSO NELLA NATURA, DOVE CI VUOLE TECNICA, CUORE E SACRIFICIO: QUESTO È IL CANOTTAGGIO.

Il canottaggio a Piediluco ha formato molti campioni, con l'ausilio di tre società che navigano nelle stesse acque. Due ottime società nel nostro Lago formano i campioni di domani e di oggi.

Il circolo canottieri Piediluco (CCP) che già dal 1970 sforna degli ottimi atleti e il circolo lavoratori Terni (CLT) il quale ha contribuito ad arricchire le acque di piediluco con i loro successi. Naturalmente non possiamo dimenticare la Federazione Italiana Canottaggio (FIC) , si anche la nostra Nazionale solca le acque di Piediluco.

Con l'ausilio di queste tre, il lago di Piediluco diventa un polo estremamente importante per il canottaggio in Italia.

 

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Tuttavia il periodo della signoria Brancaleoni si caratterizzò anche per i continui scontri tra guelfi e ghibellini: a più riprese, tanto la Rocca, quanto il borgo, furono oggetto delle contrapposte volontà di dominio di reatini, spoletini, folignati e perugini. Addirittura nel 1330 le città guelfe di Rieti e Spoleto si accordarono per distruggere il castello, considerato una delle roccaforti ghibelline dell’Umbria meridionale. La distruzione, tuttavia, non ebbe luogo, anche grazie all’intervento di papa Benedetto XII; anzi, quando nel 1353 il cardinale Egidio Albornoz scese in Italia per ripristinare l’autorità pontificia in Umbria e nelle Marche, al castello di Luco, insieme alle rocche di Narni, Orvieto, Spoleto e Assisi, furono assegnate importanti funzioni di controllo e di difesa territoriale. Per l’esattezza, fu Blasco
Fernando di Belviso, cugino dell’Albornoz e rettore del Ducato di Spoleto, che nel 1364 acquistò dai Brancaleoni, ormai in decadenza, il castello di Luco e il territorio circostante, a far edificare negli anni immediatamente successivi la Rocca, i cui resti sono ancora oggi visibili. La nuova fortezza, simbolo del ritrovato potere pontificio, racchiuse al suo interno quella che per circa un secolo e mezzo era stata la residenza dei Brancaleoni, mentre anche gli ultimi abitanti del vecchio castello si trasferirono nel borgo sulle rive del lago, ormai denominato Piediluco (letteralmente “ai piedi di Luco”). Nel 1368 lo stesso Blasco fu ucciso nel borgo in seguito a una rivolta istigata da esuli ghibellini di Spoleto. La vendetta di papa Urbano V fu esemplare: l’anno seguente le truppe pontificie, capitanate da Ugolino da Montemarte, misero a ferro e fuoco il paese e catturarono 50 uomini; giudicati responsabili dell’omicidio, questi furono poi tor­turati e giustiziati a Spoleto e in altre città dello Stato. Dopo un trentennio in cui si alternarono diversi signori, a partire dal 1393, il territorio di Piediluco fu retto dalla famiglia Trinci, che lo conservò sino al 1439. Ai Trinci si deve, in particolare, la redazione, nel 1417, di un nuovo statuto (noto come “Statuta Castri Pedisluci”), parte fondamentale di un disegno politico che intendeva assicurare loro, già signori di Foligno, un potere il più possibile autonomo dal controllo pontificio. Con questo riordino amministrativo si completava il processo di mutamento dell’insediamento un tempo noto come Castello di Luco, ed allora conosciuto come Castello di Piediluco. La struttura era, infatti, ormai stabilmente definita nel modo in cui, ancora oggi, nonostante le moderne trasformazioni, possiamo osservarla: in alto, il nucleo difensivo costituito dalla Rocca, luogo di residenza del castellano; in basso, il nucleo abitativo, luogo di attività pubbliche, sociali ed economiche; tra i due livelli un sistema di cortine murarie. Cessato il dominio dei Trinci, per volontà di Eugenio IV, il territorio di Piediluco passò sotto il controllo diretto della Santa Sede. Quindi, nel 1453 la signoria del luogo fu concessa da papa Nicolò V al reatino Matteo Poiani, come ricompensa per i servigi svolti in qualità di capitano di ventura. L'assenza di un erede maschio ne de­terminò, nel 1578, il trasferimento al nobile amerino Giovanni Farrattini che sposò Plautilla Poiani. I nuovi proprietari lo tennero sino alla fine del XVII secolo. Tra il Settecento e l’Ottocento Piediluco appartenne ai baroni Ancajani, quindi ai conti Pianciani di Spoleto e, infine, ai baroni Franchetti. A loro, in particolare ad Eugenio, si deve la costruzione di Villalago, residenza in stile neoclassico, immersa nel verde.Sempre tra Settecento e Ottocento il lago di Piediluco divenne assieme alla attigua cascata delle Marmore una delle tappe principali del Grand-Tour che letterati e artisti di tutta Europa compivano in Italia.

Dal 1927, in seguito alla costituzione della Provincia di Terni, il Comune di Piediluco ha perso la propria autonomia, diventando parte di quello di Terni.

Il grand tour

Il termine ‘Grand Tour’ venne coniato nel 1670 da Richard Lassels, autore di Voyage of Italy, or a complete journey through Italy; divenne poi di uso corrente nel XVIII secolo allorché fra gli uomini di cultura dell’Europa centro-settentrionale si diffuse la moda di compiere il ‘viaggio in Italia’ sulle tracce dello splendore della storia e dell’arte classica. “Italia solatìa”, culla di Civiltà… indicibile era la fascinazione che i paesaggi della Penisola, disseminati di vestigia millenarie, esercitavano sull’animo di artisti e intellettuali. La moda seguitò fino agli albori del '900, accordandosi con l'evolversi della sensibilità culturale, dal neo-classicismo al romanticismo al decadentismo, dal gusto per il pittoresco al gusto per il 'sublime'.
La direttiva principale del Grand Tour passava per la Flaminia: sulla tappa da Roma a Spoleto, si transitava per Ocriculum, Narni, Terni, e si giungeva finalmente alla Cascata delle Marmore (per descrivere lo spettacolo delle sue acque Salvator Rosa coniò l’ossimoro ‘orrida bellezza’).
L’animo frastornato dall’emozione sturm und drang della visita allo "spumeggiante inferno d’acque" della Cascata (per dirla parafrasando le parole della celebre ode di Byron) poteva subito rasserenarsi di fronte al paradiso di tranquillità del Lago di Piediluco, coi suoi molteplici seni infiordati tra dolci colline boscose e le alte vette dei monti del Terminillo all'orizzonte.

ra i viaggiatori del Grand Tour ricordiamo Byron, de Montaigne, Goethe, Gregorovius, Addison, H.C.Andersen, H. Hesse, J.G. Seume, R.Woss, R.Wagner, S. Freud… In particolare tra i pittori non si possono dimenticare le suggestive vedute di Corot, van Wittel, Ducros e del Turner.

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